Quelle arterie misteriose

Questo post potrebbe deludere alcuni lettori. L’ho messo in conto. Spero di non rompere amicizie. Pazienza. Se una cosa è vera, è vera, a prescindere da come ci sentiamo noi al riguardo.

Penso che molte asperrime reazioni del “mondo cattolico” riguardo il forzato digiuno da eucaristia, della serie datemi-la-comunione-o-la-mia-vita-non-può-più-vivere, stiano trascurando un paio di dettagli. Sia chiaro, per motivi comprensibilissimi, a qualsiasi anima innamorata non può non dispiacere di stare lontano dalla persona amata (se non te ne frega più di tanto, anzi sotto sotto è un sollievo, fatti una domanda e datti una risposta); ma tant’è.
Si dà il caso che a chi scrive sia capitato, per vicende personali-professionali troppo lunghe da riassumere, di dover passare mesi e mesi distante dalla moglie appena sposata (e intendo proprio appena sposata, ragazzi, mi capite…?), in città diverse, potendosi incontrare soltanto alcuni fine settimana, con lei alloggiata presso un convento. Perciò sono alquanto simpatetico con l’argomento “amore lontano”. Questo già aiuta a inquadrare la faccenda; ma qualche tempo fa, parlando al telefono con un amico, ho ricevuto un aneddoto che ritengo ancor più illuminante, la perfetta pietra di paragone per capire la complessità della questione, perciò lo riporto brevemente.

In poche parole: sue figlia, quando aveva intorno ai due o tre anni, aveva preso ogni mattina l’abitudine di attaccarglisi alle gambe dicendo, papà non andare al lavoro, papà resta a casa… Detta così sembra una scena tenerissima e dolce, ma proviamo a immedesimarci nella difficoltà di un pover’uomo che ogni santa mattina deve staccarsi dalla pargola piangente e spiegarle, papà deve andare al lavoro, papà torna presto… oggettivamente uno strazio, che si è risolto soltanto quando la figlia è cresciuta e ha capito meglio le dure necessità della vita “cacciatore-raccoglitore, se tu non esci, tu non mangi”. Ora, chiunque non abbia un tubero al posto del muscolo cardiaco può convenire che l’affetto commovente di una bambina per il suo papà è una cosa buona, anzi, è buonissima, anzi è santa, anzi è “essenziale”, proprio nel senso che è l’essenza della vita. Bene. Ma ipotizziamo: se quel padre avesse detto “va bene, allora papà da oggi non va più al lavoro e resta a casa con te”, cosa sarebbe successo? Un giorno di ferie, una settimana, e poi? Smetti di lavorare per stare con la tua famiglia? Bello, ma quando i soldi finiscono, cosa fai? Qualcuno pensa davvero che questo sarebbe un comportamento degno del mitologico buon padre di famiglia? È chiaro che qui la soluzione non poteva essere accontentare la bambina, bensì, a costo di farla piangere, insegnarle (con i tempi e modi necessari all’intelletto infantile) che la vita è anche sacrifici, e purtroppo non possiamo stare sempre assieme a chi amiamo, e a volte occorre rinunciare adesso per avere di più dopo.

Ancora, senza allungarci in un discorso retorico della serie “quando i migranti siamo noi”, sappiamo bene che in molte famiglie italiane, specie del meridione, l’immagine di padri o nonni o bisnonni che partono per andare a lavorare lontano e mandare i soldi a casa (l’elenco al maschile sarà politicamente scorretto ma è storicamente vero) è un ricordo familiare molto sentito, quando non una triste contingenza del presente. Andate idealmente a dirglielo, a quel padre o nonno o bisnonno, “se tu volessi davvero bene a tua figlia, le resteresti accanto, a costo di morire di fame tutti e due”. Ometto di descrivere l’immaginabile reazione di chiunque non abbia virtù di mitezza al grado eroico.


Ecco, fatte le dovute differenze, a me pare che la situazione attuale sia analoga agli esempi su riportati e che molti cattolici, colpiti nello stomaco dallo shock della lontananza fisica da Cristo, abbiano fatto come faceva quella bambina che nella sua innocente ignoranza sapeva solo pensare “ma io voglio stare col papà”, perché voleva tanto bene al suo papà, e si disinteressava di tutto il resto. Una reazione estremamente comprensibile, estremamente giustificabile, in certo qual modo estremamente “bella” per l’intensità dell’affetto che sottintende; tuttavia Cristo, quando ci chiede di farci come bambini, non ci chiede di imitarli anche nei loro difetti (sì, anche i bambini hanno difetti, e non pochi, si chiama peccato originale).
Di chi è la colpa principale, dei bambini o degli adulti? Dei laici o dei pastori? Difficile rispondere, ma per me la sintesi migliore l’ha data Leonardo Lugaresi qui:

le messe i sacerdoti le hanno sempre celebrate e le celebrano tutti i giorni come sempre, solo che i fedeli non ci possono andare. Questo, a mio modesto avviso, sarebbe stato il primo e più importante messaggio che i vescovi italiani avrebbero dovuto dare sin dall’inizio, e sul quale insistere più di ogni altra cosa: la messa c’è, anche se tu (a torto o a ragione) non ci puoi andare. Mi pare che si sia mandato di più un altro messaggio: “ma tanto la puoi guardare in televisione”, il che – sempre a mio modesto e opinabilissimo avviso – è pericoloso […]

La stragrande maggioranza delle reazioni di pancia, delle voci dal sen fuggite, delle teologie da bar dello sport prodotte in questi mesi, poteva essere evitata se solo si fossero spiegati meglio al popolo fedele (e se il popolo infedele si fosse più impegnato a capire) due semplici concetti:


(1)

Le Sante Messe NON sono sospese.
Le Sante Messe NON sono sospese.
Le Sante Messe NON sono sospese.

Ripetere 100 volte di seguito come Bart Simpson che scrive sulla lavagna nella sigla dei Simpson:

Bart Simpson Sante Messe

Senza entrare troppo nel teologico (nota 1), qui si tocca un punto nevralgico molto importante, che nelle ultime decadi è stato al centro di una vera e propria guerra tra teologie (e forse questo ha qualcosa a che fare con il deficit pastorale sull’argomento).
Detto proprio in sintesi: non è sospesa la celebrazione della Messa, è sospesa la celebrazione della Messa con il popolo. Ma i preti, almeno quelli non eretici, continuano a celebrare ogni giorno. Se noi non possiamo essere presenti, se non possiamo ricevere fisicamente la comunione sacramentale, questo è doloroso e spiacevole, ma non è la nostra presenza a fare la Messa. I sacerdoti operano in persona Christi; il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo; “fate questo in memoria di me”, e continua ad essere fatto; la Chiesa celebra l’atto di culto e adora il Signore.
Sine dominico non possumus”, una citazione molto gettonata in questo periodo, ed è verissimo. La Chiesa non può restare senza Messa. E infatti noi, non “noi” = “io”, ma proprio noi Chiesa, non stiamo senza Messa. Ovunque nel mondo ci sia una chiesa, un prete che consacra foss’anche pure in solitudine, una Presenza Reale nel tabernacolo, lì c’è materialmente Dio. Ed ovunque nel mondo ci troviamo, ma proprio ovunque (in teoria anche al cesso, come ha inelegantemente osservato un guitto, però la cucina è meglio), possiamo pregare: Signore, la cosa migliore ora sarebbe starti fisicamente accanto in chiesa, ma purtroppo non è così: allora ti adoro qui, in queste circostanze concrete, come posso. E questa è orazione gradita al Cielo.
Questa si chiama “comunione spirituale”, e si badi bene che non è una cosa individualista, non è un self service della preghiera, ma proprio il contrario: io “qui” posso fare la comunione spirituale precisamente perché “lì” c’è una comunione sacramentale, una Presenza Reale, che regge tutto. Se la comunione spirituale è un wi-fi, la Presenza Reale è il server.

(N.B. quello che ho scritto non è un testo ufficiale per la comunione spirituale, è proprio la prima cosa che mi è venuta in mente, ne esistono di assai migliori e più raccomandabili, per esempio qui.)

(N.B.B. in venti secoli di storia cristiana ci sono stati soldati in guerra, marinai sulle navi, eremiti nel deserto, stiliti sulle colonne… tutta gente che per motivi pratici si trovava anche per lunghi periodi di tempo a stare lontano dalla Messa e dalla comunione sacramentale; e non è che alle necessità spirituali di costoro la Chiesa non abbia mai pensato prima, e si sia dovuti arrivare fino all’anno Domini 2020 per affrontare l’argomento.)

Se non si capisce questo, qualsiasi altro discorso è inutile.


(2)

La Chiesa è un corpo.
La Chiesa è un Corpo, di cui Cristo è il Capo.
La Chiesa è un Corpo, formato a partire dal Corpo di Cristo, specularmente al corpo di Eva che è formato a partire dalla costola di Adamo (Genesi 2, 21-24, al netto delle questioni sulla natura allegorica o letterale del brano). Infatti Cristo = 2° Adamo, e incidentalmente questo è anche il motivo per cui Matrimonio ed Eucaristia sono sacramenti strettamente interconnessi, che se ferisci il primo sanguina anche il secondo (Amoris Laetitia e tutto quanto).
Cristo ha sposato la Chiesa e la Chiesa è un corpo solo con lui, come la moglie è un corpo solo con il marito; e la comunione sacramentale, la transustanziazione, la Presenza Reale, il mangiare Cristo, sono per noi ciò che per Eva è la costola di Adamo; qualcuno si è allungato a fare paragoni arditi tra il prendere la comunione e il consumare l’atto sessuale, e questo in un certo qual modo ha senso, è vero, nell’insieme ci sta (come analogia). Astenersi bigotti e moralisti.

Ora, se noi in quanto Chiesa siamo un corpo solo con Cristo, allora siamo un corpo solo anche tra di noi. E un corpo non è semplicemente un ammasso di cellule che ciascuna fa come le pare, ciascuna va per conto suo, e ciascuna si procaccia il nutrimento per i fatti suoi. Un corpo è un organismo olistico di cellule interconnesse interdipendenti ad alta specializzazione funzionale, se avete visto tutte le puntate di Siamo fatti così, ci siamo capiti. In un corpo esiste anche il fenomeno della vicarianza, tale per cui un organo o funzione sostituisce o supplisce o compensa il deficit di altro organo o funzione. “Tu non puoi farlo? Lo faccio io al posto tuo.”

Domanda: e chi (per validi motivi) non può prendere materialmente la comunione, come fa?

Risposta breve: chi può la prende al posto suo, e gliene trasmette spiritualmente i frutti. Principalmente questo “chi può” è proprio il prete che celebra (nota 2).

Risposta completa, Catechismo, “la comunione dei santi”:

947 Poiché tutti i credenti formano un solo corpo, il bene degli uni è comunicato agli altri. Allo stesso modo bisogna credere che esista una comunione di beni nella Chiesa. Ma il membro più importante è Cristo, poiché è il Capo. Pertanto, il bene di Cristo è comunicato a tutte le membra; ciò avviene mediante i sacramenti della Chiesa. L’unità dello Spirito, da cui la Chiesa è animata e retta, fa sì che tutto quanto essa possiede sia comune a tutti coloro che vi appartengono.
950 La comunione dei sacramenti. Il frutto di tutti i sacramenti appartiene così a tutti i fedeli, i quali per mezzo dei sacramenti stessi, come altrettante arterie misteriose, sono uniti e incorporati in Cristo. Soprattutto il Battesimo è al tempo stesso porta per cui si entra nella Chiesa e vincolo dell’unione a Cristo. La comunione dei santi significa questa unione operata dai sacramenti. Il nome di “comunione” conviene a tutti i sacramenti in quanto ci uniscono a Dio; più propriamente però esso si addice all’Eucaristia che in modo affatto speciale attua questa intima e vitale comunione soprannaturale.

Ecco, se si volesse e si riuscisse a spiegar questo al popolo fedele, già una gran parte del problema sarebbe risolta.
Sarebbe poi bellissimo se si volesse e si riuscisse a spiegare al popolo fedele che la comunione sacramentale è sì il mezzo migliore e principale e più bello con cui possiamo stare in grazia di Dio, ma non è l’unico, perché abbiamo a disposizione anche altri mezzi, a spanne un elenco esemplificativo e non tassativo:

  • la recita del rosario;
  • l’angelus a mezzogiorno;
  • le lodi a ore fisse;
  • giaculatorie a intervalli random;
  • la lettura della Bibbia e di altri testi edificanti;
  • digiuni (solo se fisicamente ce lo possiamo permettere) e altre mortificazioni corporali;
  • varie ed eventuali.

Prima di lamentarvi perché non potete andare a Messa, avete usato di tutti questi mezzi, esperibili anche in un monolocale, per migliorare il vostro stato di salute spirituale?
Se la risposta è sì, complimenti, siete migliori di me.
Se la risposta è no, allora correte a spuntare qualche voce, e poi ne riparliamo.


 

P.S.

Se si riesce a trovare un modo prudente per celebrare pubblicamente le Messe, io sono contentissimo. Non entro nel merito del “come” perché non ne ho le competenze. Non entro neppure nel merito del problema dei rapporti Stato e Chiesa, il concordato, la CEI, i DPCM e tutto il resto. Argomenti seri e drammatici, ma sono una faccenda diversa. L’obiezione ripetutamente sollevata:

“ma allora la comunione spirituale in casa propria potevano farla anche i primi cristiani, i martiri giapponesi, tutta quella gente che si è fatta ammazzare piuttosto che rinunciare a testimoniare pubblicamente Cristo; vallo a dire a loro che dovevano stare tranquilli a casa propria, vai vai”

Questa è una obiezione sensata, ma ritengo sia fuori contesto, perché la pandemia non è una persecuzione anticristiana per principio (quella prima o poi verrà, ma dopo, e allora sì che bisognerà testimoniare pubblicamente).
La pandemia è un fenomeno ambientale, come un’inondazione o un naufragio, non ha una “volontà” propria in odium fidei. Non è un idolo di fronte al quale o la genuflessione o la crocifissione, non è una Pachamama che si deve buttare nel Tevere a costo di far incazzare qualche eminenza. È un cosa, non un chi – rigettare il paganesimo significa anche rigettare la personalizzazione automatica degli eventi naturali.
Che poi a un particolare governo, senza fare nomi e cognomi, sotto sotto faccia pure piacere tenere la gente lontana dai sacramenti perché la massoneria e tutto quanto, ciò è senz’altro possibile, ma è una questione separata. E se adesso al governo ci fosse Alcide De Gasperi, e sul soglio pontificio ci fosse San Pio X, forse prenderebbero decisioni diverse, o forse, se sapessero ciò che sappiamo oggi sui virus, prenderebbero prudenzialmente la medesima decisione di sospendere le celebrazioni pubbliche e far dire Messa senza popolo. E che gli vuoi dire a Pio X.



Note

(nota 1)
Se invece si vuole proprio entrare nel teologico:

È necessario, Venerabili Fratelli, spiegare chiaramente al vostro gregge come il fatto che i fedeli prendono parte al Sacrificio Eucaristico non significa tuttavia che essi godano di poteri sacerdotali.
Vi sono difatti, ai nostri giorni, alcuni che, avvicinandosi ad errori già condannati, insegnano che nel Nuovo Testamento si conosce soltanto un sacerdozio che spetta a tutti i battezzati, e che il precetto dato da Gesù agli Apostoli nell’ultima cena di fare ciò che Egli aveva fatto, si riferisce direttamente a tutta la Chiesa dei cristiani, e, soltanto in seguito, è sottentrato il sacerdozio gerarchico. Sostengono, perciò, che solo il popolo gode di una vera potestà sacerdotale, mentre il sacerdote agisce unicamente per ufficio concessogli dalla comunità. Essi ritengono, in conseguenza, che il Sacrificio Eucaristico è una vera e propria «concelebrazione» e che è meglio che i sacerdoti «concelebrino» insieme col popolo presente piuttosto che, nell’assenza di esso, offrano privatamente il Sacrificio.
È inutile spiegare quanto questi capziosi errori siano in contrasto con le verità più sopra dimostrate, quando abbiamo parlato del posto che compete al sacerdote nel Corpo Mistico di Gesù. Ricordiamo solamente che il sacerdote fa le veci del popolo perché rappresenta la persona di Nostro Signore Gesù Cristo in quanto Egli è Capo di tutte le membra ed offrì se stesso per esse: perciò va all’altare come ministro di Cristo, a Lui inferiore, ma superiore al popolo. Il popolo invece, non rappresentando per nessun motivo la persona del Divin Redentore, né essendo mediatore tra sé e Dio, non può in nessun modo godere di poteri sacerdotali.
[…]
Alcuni, difatti, riprovano del tutto le Messe che si celebrano in privato e senza l’assistenza del popolo, quasi che deviino dalla forma primitiva del sacrificio; né manca chi afferma che i sacerdoti non possono offrire la vittima divina nello stesso tempo su parecchi altari, perché in questo modo dissociano la comunità e ne mettono in pericolo l’unità: così non mancano di quelli che arrivano fino al punto di credere necessaria la conferma e la ratifica del Sacrificio da parte del popolo perché possa avere la sua forza ed efficacia.
Erroneamente in questo caso si fa appello alla indole sociale del Sacrificio Eucaristico. Ogni volta, difatti, che il sacerdote ripete ciò che fece il Divin Redentore nell’ultima cena, il sacrificio è realmente consumato, ed esso ha sempre e dovunque, necessariamente e per la sua intrinseca natura, una funzione pubblica e sociale, in quanto l’offerente agisce a nome di Cristo e dei cristiani, dei quali il Divin Redentore è Capo, e l’offre a Dio per la Santa Chiesa Cattolica e per i vivi e i defunti. E ciò si verifica certamente sia che vi assistano i fedeli – che Noi desideriamo e raccomandiamo che siano presenti numerosissimi e ferventissimi – sia che non vi assistano, non essendo in nessun modo richiesto che il popolo ratifichi ciò che fa il sacro ministro.

Pio XII, Mediator Dei, 20 Novembre 1947.

1348 Tutti si riuniscono. I cristiani accorrono in uno stesso luogo per l’assemblea eucaristica. Li precede Cristo stesso, che è il protagonista principale dell’Eucaristia. È il Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza. È lui stesso che presiede in modo invisibile ogni celebrazione eucaristica. Proprio in quanto lo rappresenta, il Vescovo o il presbitero (agendo in persona Christi Capitis – nella persona di Cristo Capo) presiede l’assemblea, prende la parola dopo le letture, riceve le offerte e proclama la preghiera eucaristica. Tutti hanno la loro parte attiva nella celebrazione, ciascuno a suo modo: i lettori, coloro che presentano le offerte, coloro che distribuiscono la Comunione, e il popolo intero che manifesta la propria partecipazione attraverso l’Amen.

Catechismo della Chiesa Cattolica, “La celebrazione liturgica dell’Eucaristia”.

La guerra in corso è tra due teologie diverse, due concezioni della Messa, l’una cattolica e l’altra modernista (che sembra cattolica ma non lo è). I cattolici interpretano congiuntamente questi due testi; i modernisti li interpretano disgiuntamente, ritenendo che la concezione “orizzontale” della celebrazione (tutto il popolo celebra e il prete presiede ma solo come primus inter pares) abbia abrogato la concezione “verticale” espressa da Pio XII. Il fine dei modernisti è arrivare a una roba più luterana che cattolica, dove non c’è alcuna differenza ontologica tra prete e laico.
Questa interpretazione è un inganno, però come tutti gli inganni contiene effettivamente una verità parziale, ovvero che la Messa è un atto pubblico e collettivo. Vero. Ma non è un atto collettivo del popolo presente tra i banchi della chiesa, bensì è un atto della Chiesa, proprio tutta la Chiesa, anche quelli assenti giustificati, rappresentata appunto dal sacerdote. I laici in quanto tali “partecipano” alla Messa, ma non “fanno” la Messa.

Amici tradizionalisti, ogni volta che vi lamentate “hanno sospeso la Messa, non si dice più Messa”, fate mente locale alle implicazioni di queste parole. Se l’assenza dei laici dalla Messa vuol dire niente più Messa, allora hanno ragione i modernisti. Horremus!!!

(nota 2)
Uno dei più bei romanzi mai scritti da mano umana è Il potere e la gloria di Graham Greene, protagonista un prete martire e peccatore che è assieme don Abbondio e fra Cristoforo; un prete deplorevole, codardo, alcolizzato, padre naturale di una figlia avuta da un momento di lussuria; eppure questo prete, nel Messico degli anni ’30 oggetto di persecuzioni anticristiane, è praticamente l’ultimo prete rimasto e vaga in clandestinità, si nasconde, gira tra i villaggi celebrando Messe clandestine, biasima i precedenti peccati mortali e ne commette di nuovi. Ed essendo l’ultimo prete in circolazione, non può confessarsi, un prete non può amministrarsi da sé il sacramento. E quando celebra Messa, mangia il corpo di Cristo in peccato mortale, e non può evitarlo, un prete che celebra non può non consumare la comunione. Perché deve farla anche per chi non può.

7 pensieri su “Quelle arterie misteriose

  1. Sono d’accordo con te. Anche io però ho pubblicato un post “velenosetto”, perchè il punto della polemica non è “finora”. Finora, in cui tutti erano chiusi, non ci si lamentava della mancanza della Messa (tranne Salvini). Ma ora, in cui tutto riapre gradatamente, ci si chiede perchè non sia prevista una data (mica per forza oggi, il 4 maggio, o il 18, o dopo l’Assunta o quando gli pare). Personalmente, che certa gente attacchi me e la mia fede perchè non gli garba Salvini, poi, aggiunge fastidio al fastidio: perchè non possono ignorarlo e basta? Cioè, quello si finge cattolico e voi fingete di credergli e invece di menare lui, menate me? Parliamone… 🙂

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    1. Immagino che al governo non siano interessati a prevedere una data perchè si disinteressano delle esigenze spirituali dei cattolici che vorrebbero pregare in chiesa (prudentemente) e non solo in bagno. Questo in effetti è un lato del problema e spero che sia risolto. L’altro lato del problema sono i cattolici che se non vanno in chiesa muoiono. Insomma il pericolo è scivolare in un falso dualismo, come se potesse essere vera solo una di queste due frasi:
      ● si può validamente pregare solo in chiesa, le preghiere dette altrove non servono;
      ● è indifferente pregare ovunque, una chiesa non vale più della cucina o del bagno di casa propria.
      Sono entrambi errori, noi che abbiamo letto Lewis sappiamo che il trucco di Satana sta nel presentare gli errori come alternativa manichea, così la gente per evitare il primo cade nel secondo oppure viceversa.

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  2. Grazie di questa riflessione che chiarifica molto, ma non sarà troppo tranchant anche il giudizio sulle statuette della Pachanama? Anch’io ho molte riserve su quell’episodio, e sono andato leggermi diverse opinioni in rete, tra cui un articolo sul blog di G. Marcotullio (https://www.breviarium.eu/2019/11/13/tavola-rotonda-radio-maria-sinodo-amazzonia/) con cui ho discusso lungamente nei commenti.
    Mi sembrava, e mi sembra ancora, che la sua difesa sorvoli su troppi aspetti del problema. Però il suo punto di vista è da prendere in considerazione (diciamo che se non fossimo in un contesto di panteismo generalizzato, potrei vedere in quel gesto un’inculturazione un po’ ardita, ma senza intenti profanatori – anzi sono convinto che almeno i cristiani amazzonici fossero in buona fede).

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    1. Ciao zimisce, sintetizzando molto e sorvolando per brevità su altre questioni, il problema della Pachamama lo risolvo applicando lo stesso metodo che avevo usato con Amoris Laetitia. Ovvero, ogni atto ha tre “dimensioni”:
      – oggettiva (cosa è in sè)
      – soggettiva (come sembra nella testa di chi lo compie)
      – intersoggettiva (come sembra nella testa di chi lo guarda)

      il problema di “noi intellettuali che abbiamo studiato” è che tante volte ci fermiamo alle prime due dimensioni, e trascuriamo la terza, cioè “cosa penserà la gente semplice che non ha studiato e non sa studiare?”

      nel caso di AL avevo osservato che è inutile stare a fare tanti arzigogoli su piena avvertenza e deliberato consenso, la conclusione a cui arriva il 99% della gente è che la Chiesa accetta il divorzio, punto. Così per essere misericordioso verso 1 pecorella smarrita (a parte che non è neppure vera misericordia) mandi a sperdere le altre 99.

      Nel caso della Pachamama, semplicemente quell’atto appare come un sincretismo tra il cristianesimo e il paganesimo. Inginocchiarsi davanti a un idolo pagano (o anche solo una cosa che SEMBRA un idolo pagano) = ma sì, questo o quello, Cristo o la Madre Terra, sotto sotto stessa roba.

      Anche qui, per essere “misericordioso” verso 1 (il mitologico cristiano amazzonico, che peraltro mi sembra esistere solo nella testa dei teologi tedeschi, come il buon selvaggio del ‘700 esisteva solo nella testa degli illuministi francesi), mandi a sperdere le altre 99.

      Insomma (al netto di 1000 altri problemi teologici) un inevitabile disastro pastorale.

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