Morti

Morti. Scetticismo selettivo. Comuni e province. Cosa dicono i numeri e cosa non dicono. Prudenza e giustizia.

Deceduti. Defunti. Trapassati. Cadaveri. Insomma, in una parola, considerata ormai quasi oscena dal linguaggio beneducato [1], morti. Parliamo di gente morta.

Ho fatto una cosa molto semplice: sono andato a guardare i numeri dei morti. Non le stime, ma proprio il dato grezzo, il valore assoluto, dei morti misurati sul sito dell’ISTAT. Certo esiste la possibile obiezione “e tu che ne sai se quei numeri sono veri”, ma se fossero falsi, non so dove potrebbero essere quelli veri, perciò li assumo come credibili fino a prova contraria.

Questi file excel, liberamente scaricabili, contengono tabelle con il numero di morti, mese per mese, con quattro livelli di dettaglio: comuni, province, regioni ed Italia. Da qui ho preso i numeri dei morti negli anni dal 2015 al 2019; da qui ho preso i numeri del 2020 da gennaio a giugno, ultimo mese attualmente disponibile.
Ecco la tabella per tutta l’Italia:

Figura 1 – morti Italia gennaio 2015 – giugno 2020

Nella colonna arancio c’è la media semplice dei morti dal 2015 al 2019.
Nella colonna gialla c’è il numero dei morti per il 2020 (gennaio – giugno).
Nella colonna blu c’è la differenza tra l’anno 2020 e la media del quinquennio precedente.
Nella colonna verde c’è l’incremento percentuale, cioè il rapporto differenza / media.

Ora, da questa tabella possiamo subito vedere che a marzo è successo “qualcosa”, qualcosa di molto grande, perché la mortalità ha fatto un balzo: + 24.600 morti rispetto alla media degli anni precedenti. Fino al marzo 2019 la media era CINQUANTOTTOMILA duecento sessantasette persone; e poi nel marzo 2020 ne sono morte OTTANTADUEMILA ottocento sessantasette.
Morti.
Parliamo di valore assoluto: ogni unità di quei numeri è una singola persona morta. Essendo un dato grezzo, ci sta dentro di tutto, morti “di” covid, morti “con” covid, morti per altre malattie, incidenti stradali, omicidi e suicidi, tutto quanto [2].


Questa tabella comincia a darci un’idea della faccenda. Certo, proprio perché è un dato grezzo, sarebbe più interessante il dato scomposto: separare quelli che sono morti per colpa del covid da quelli che sono morti per altre cause. Così avremmo un’informazione ancora più precisa sulla pericolosità di questa malattia.
Sfortunatamente, un’operazione del genere non è così semplice, per due motivi.

Il primo motivo è che bisogna avere una certa fiducia nella fonte che fa questa separazione, e nei criteri con cui la fa, e nei dati cui applica i criteri. Questa fiducia oggi è merce rara. Troveremo sempre lo scettico selettivo che crede istintivamente a ciò che legge purchè si accordi con i suoi desideri, e rifiuta istintivamente ciò che legge nel caso in cui urti i suoi desideri. Questo scetticismo selettivo un po’ è colpa di chi lo pratica, perché “mi piace dunque è vero” è una tentazione per qualsiasi intelletto, e un po’ è colpa dei professionisti dell’informazione, che si sono giocati la credibilità una bufala alla volta. Discorso lungo. Lasciamo perdere.

Il secondo motivo è che raramente è facile stabilire la causa di una morte, perché nella realtà del mondo materiale non esiste mai “la” causa, bensì un insieme di concause le quali concorrono tutte assieme in combinazioni di causalità diretta ed indiretta le più varie e complicate.
Pensiamo al caso limite di un uomo che ha un incidente stradale, viene portato in ospedale, ma non ci sono medici disponibili né letti liberi perché sono tutti impegnati per l’emergenza, è tutto pieno, e il povero disgraziato deve aspettare per un paio d’ore finché il primo cerusico che riesce a liberarsi va a dargli un’occhiata ma è troppo tardi. L’uomo è morto direttamente di covid? No. È morto indirettamente per colpa del covid? Sì, perché se non ci fosse stato l’ospedale pieno, sarebbe stato curato. Nel computo dei morti da pandemia lo mettiamo dentro o fuori?
Oppure, per fare un caso un po’ meno limite, prendiamo una persona un po’ anziana che ha avuto il covid, ha passato un mese di respiro stentato, e poi ne è uscita, non ha più il virus, tampone negativo; ma ormai ha il sistema così debilitato che il primo infarto che arriva la stende a piedi avanti in dieci minuti. Allora da cosa è stata ammazzata, dall’infarto o dagli effetti residui del covid? Diciamo da tutte e due, ma questa è una complessità causale che non è facile esprimere in una tabella. E poi che ne sappiamo se non sarebbe morta d’infarto in ogni caso?

Perciò ci sarà sempre chi contesterà, un po’ a ragione un po’ a torto, le stime discrezionali con cui una tabella separa i morti “covid” da quelli “non covid”.
Ecco allora il motivo principale per cui queste tabelle non contengono alcuna stima sulla causalità della morte (c’è anche un altro motivo che spiego dopo). Qualsiasi numero sarebbe contestabile. Gli unici numeri che possiamo ancora considerare plausibilmente attendibili, a meno che uno non voglia prendersela con tutto l’ISTAT in quanto tale, sono i numeri totali. Da questi numeri possiamo farci un’idea grezza, molto approssimativa, tuttavia utile sul piano comunicativo proprio perché difficilmente contestabile. Proprio perché un morto è un morto.


La tabella precedente dice qualcosa ma non abbastanza. Il problema è che, essendo tutta l’Italia, c’è di tutto, posti in cui il virus ha circolato molto e posti dove ha circolato poco o niente. È un insieme non omogeneo e perciò rischia di fare come la famosa statistica del pollo di Trilussa, quella dove in media due uomini mangiano un pollo a testa perché il primo ne ha mangiati due e il secondo è morto di fame [3].

Allora andiamo a vedere i dati dettagliati:

Figura 2 – morti per comune, ordine differenza

In questa tabella troviamo i dati, comune per comune, mese per mese, in ordine decrescente per differenza tra i morti 2020 e i morti 2015-2019 (colonna blu). Le prime due posizioni di questa triste graduatoria sono occupate dal comune di Milano: ad aprile 2020 sono morte 2.333 persone, quando nell’aprile degli anni precedenti ne morivano grossomodo 1.133.

Figura 3 – morti per comune, ordine incremento

In quest’altra tabella invece troviamo i dati in ordine decrescente per incremento percentuale (colonna verde). Al primo posto c’è il comune di Gandosso, provincia di Bergamo, che a marzo 2020 ha avuto 8 morti, mentre negli anni precedenti ne aveva avuti praticamente zero (1 solo morto a marzo 2019), con un incremento del 3900%.

Il problema di queste due tabelle è che, sia il criterio della differenza in valore assoluto, sia il criterio dell’incremento in valore percentuale, non sono molto significativi se presi da soli. È ovvio che in un comune poco popolato (alla fine dell’anno scorso Gandosso contava 1.473 abitanti) basti un picco di morti per qualsiasi motivo a fare un incremento percentuale elevato. Per quanto ne sappiamo, quegli 8 morti potrebbero essere morti per un incidente stradale o chissà cosa. Viceversa in un comune molto popolato anche una leggera variazione percentuale, statisticamente normale, si traduce in uno scostamento in valore assoluto molto sensibile. Infatti non avrebbe senso mettere tutti i comuni italiani nella stessa categoria, bisognerebbe dividerli per classi di popolosità, ma questo porterebbe a ulteriori calcoli e lungaggini e di nuovo a possibili contestazioni eccetera.

Dopo questa riflessione ho dunque deciso di fare una cosa grezza e semplicissima: ho sommato i due ordini. Cioè ho fatto una colonna con la somma delle posizioni “ordine differenza” e “ordine incremento”. In questo modo ottengo un ordine (“d+i”) che riflette il posizionamento per entrambi i criteri:

Figura 4 – morti per comune, ordine differenza+incremento

Che questo criterio sia significativo, possiamo constatarlo dal fatto che le prime due posizioni di questa triste classifica sono occupate dai comuni di Nembro e Alzano Lombardo, provincia di Bergamo, proprio quelli al centro della polemica sulla mancata zona rossa.
A Nembro, nel marzo 2020, sono morte 152 persone, laddove nel marzo degli anni precedenti ne morivano circa 12. Più di dieci volte tanto.
Ad Alzano, nel marzo 2020, sono morte 113 persone, laddove nel marzo degli anni precedenti ne morivano circa 10. Più di dieci volte tanto.

Ecco come prosegue la classifica per comune (arrivo fino alla centesima posizione, nell’excel ci sono tutti):

Figura 5 – morti per comune, posizione da 1° a 10°
Figura 7 – morti per comune, posizione da 11° a 20°
Figura 8 – morti per comune, posizione da 21° a 30°
Figura 9 – morti per comune, posizione da 31° a 40°
Figura 10 – morti per comune, posizione da 41° a 50°
Figura 11 – morti per comune, posizione da 51° a 60°
Figura 12 – morti comune, posizione da 61° a 70°
Figura 13 – morti per comune, posizione da 71° a 80°
Figura 14 – morti per comune, posizione da 81° a 90°
Figura 15 – morti per comune, posizione da 91° a 100°

Questi erano dati comunali. A livello di provincia cominciamo a vedere numeri davvero pesanti, a quattro cifre. Il triste primato va alla provincia di Bergamo, in cui a marzo 2020 sono morte 6.059 persone, laddove nel marzo degli anni precedenti non si andava mai sopra i mille:

Figura 16 – morti per provincia, posizione da 1° a 10°
Figura 17 – morti per provincia, posizione da 11° a 20°
Figura 18 – morti per provincia, posizione da 21° a 30°
Figura 19 – morti per provincia, posizione da 31° a 40°
Figura 20 – morti per provincia, posizione da 41° a 50°

Per finire, ecco le prime dieci posizioni dei dati a livello di regione:

Figura 21 – morti per regione, posizione da 1° a 10°

Nell’intera regione Lombardia, nel marzo 2020, sono morte 25.227 persone, laddove nel marzo degli anni precedenti ne morivano circa novemila. Ad aprile 2020 sono morte altre 16.690 persone, laddove nell’aprile degli anni precedenti ne morivano circa ottomila.

Questi sono valori assoluti. Non sono numeri contestabili (a meno che non si voglia contestare tutto l’ISTAT), non sono “stime”: sono proprio morti. Che Dio abbia pietà delle loro anime!


Cosa ci dicono questi numeri?

In Italia, specialmente in provincia di Bergamo e nelle altre provincie lombarde, è successo a marzo ed aprile qualcosa di brutto che ha fatto morire molte, ma proprio molte più persone del solito.

Se non ne avesse parlato la tv non se ne sarebbe accorto nessuno” è una sciocchezza sesquispedale: la gente è morta davvero. Parenti ed amici se ne sono accorti eccome.

È possibile ipotizzare che l’enorme aumento di morti non sia dovuto a questa nuova malattia, bensì ad un’altra causa? Certamente. Però in tal caso bisogna anche essere in grado di indicare quest’altra causa, ma indicarla sul serio, in modo circostanziato: “li ha uccisi la massoneria” non è una spiegazione sufficiente, se non è corredata da precise delucidazioni su come ciò sarebbe concretamente avvenuto in tutti gli ospedali di tutti quei comuni.

Cosa non ci dicono questi numeri?

Quante sono esattamente le persone morte “di” o “con” covid. Ho già spiegato i motivi per cui questo numero non è presente. Ma possiamo farci un’idea empirica anche senza sapere i numeri esatti. La mappa non è il territorio.

L’età delle persone morte. Questo è un dato che, volendo, avrei potuto mettere. È un dato presente nelle tabelle ISTAT da cui ho preso i numeri dei morti, ed è chiaramente incontestabile.
Ho scelto di non mettere questo dato per una questione di principio. È lo stesso principio per cui non ho fatto distinzione nella causalità delle morti, soprattutto senza distinguere tra chi era sano (prima di beccarsi il covid) e chi aveva già qualche problema di salute (che poi il covid ha aggravato). Ecco il principio: non è una distinzione rilevante ai fini della questione che stiamo discutendo. Può essere rilevante per altri fini (statistici, epidemiologici, sociologici…), ma non per questo. Un morto è un morto, un cuore che si ferma, un cadavere che marcisce, un’anima che affronta il giudizio, a prescindere dall’età e dalla salute. Nel conto dei morti, la morte di una persona ottantenne vale “uno” esattamente quanto la morte della quarantenne o della diciottenne. Dire che il vecchio morto è un po’ meno morto implica che prima fosse un po’ meno vivo.
Desidero esprimere questo concetto con tutta la durezza di cui sono capace, perché sono letteralmente scandalizzato (nel senso evangelico del termine) dalla posizione di quelle persone, le quali pure si autodefiniscono cattoliche e pro-life, che all’interno di un discorso di minimizzazione della gravità della malattia usano l’argomento “e comunque erano già vecchi e malati”. Cioè un’epidemia sarebbe più o meno grave a seconda della pregressa “qualità della vita” di chi ci resta secco. Chi ragiona a questo modo, francamente, abbia poi la coerenza di non farsi vedere alla prossima Marcia per la Vita.

Se la cosa che ha ucciso tutte quelle persone a marzo ed aprile sia ancora qui e se moriranno di nuovo tante più persone del normale. Questi numeri ovviamente non ce lo dicono. Astrattamente parlando, può darsi che ora sia tutto finito e si possa tornare alla vita di prima, come può darsi che si possa vivere in tranquillità adattandosi a qualche cambiamento, come può darsi che stia per iniziare una seconda ondata peggiore della prima. Questo è un giudizio la cui valutazione implica ulteriori informazioni e discorsi più complessi.


La mia personale opinione, per quel che può valere, è basata su un altro principio molto semplice: la prudenza è una virtù cristiana. Virtù cardinale, non teologale, perciò modello etico non solo per i cristiani ma per tutti gli esseri umani. Un atto deliberatamente imprudente è un atto non etico ed è, nel senso cristiano della parola, un peccato.
Che cos’è la prudenza? Mentre la giustizia è la virtù del “se” fare il bene quando potremmo non farlo (e dunque abbiamo merito a farlo), la prudenza è la virtù del “come” fare il bene quando sembra ci siano più modi per farlo (e dunque abbiamo merito a scegliere il migliore). Ma la prudenza ci serve appunto quando c’è incertezza su quale sia il comportamento migliore: se non ci fosse alcuna incertezza, allora non si tratterebbe di essere prudenti, bensì di essere giusti (perché l’alternativa sarebbe solo la scelta secca se fare il bene o non farlo). Tutti gli atti virtuosi ci costano qualcosa; se non costassero, non sarebbero meritevoli. La privazione che sopportiamo in nome dello sforzo di cercare il miglior bene (cercare, sottinteso che non sia già trovato) è il prezzo che paghiamo per acquisire il merito. E la salvezza eterna, come sanno i cattolici, è guadagnata non solo con la fede, ma anche con le opere: Dio è meritocratico.
Un esempio banale: quando salgo in macchina e allaccio le cinture di sicurezza, io non so ancora se il fastidio che provo nell’indossarle [4] sarà compensato dal beneficio di sopravvivere a un incidente che senza cinture sarebbe mortale. Forse non farò alcun incidente e il fastidio sarà materialmente inutile; se invece per qualche arcano motivo io sapessi già che sto per fare un incidente, allora certo che allaccerò le cinture perché non voglio suicidarmi, ma in tal caso appunto il mio atto non sarebbe prudente bensì giusto.

Dunque, siamo convinti che una seconda ondata sia certa o molto probabile? In tal caso, se vogliamo essere virtuosi (nella virtù della giustizia) dobbiamo fare il possibile per salvare la nostra vita e la vita altrui. Perciò indossare le mascherine, almeno in ambienti chiusi, cercare di non stare troppo addosso agli estranei, eccetera eccetera.
Ovviamente in questo “eccetera eccetera” c’è molto di opinabile, perché le situazioni sono varie, si corre il rischio di esagerare anche nell’altro senso, e ci sono anche costi e contraccolpi economici di cui tenere conto: perché anche gettare nella miseria lavoratori e imprenditori, o comunque disinteressarsi delle loro sofferenze, è un atto di grave ingiustizia. Si muore anche di fame oltre che di covid.
Non siamo convinti che che una seconda ondata sia certa o molto probabile? In tal caso, se vogliamo essere virtuosi (nella virtù della prudenza), dobbiamo fare comunque il possibile per salvare la nostra vita e la vita altrui. Se poi si scoprirà che la seconda ondata non c’è stata, e non ci sarebbe stata in ogni caso perché il virus era già esaurito di suo o per qualche altro motivo, allora tutto quel fastidio di mascherine sarà sì stato materialmente inutile per il nostro corpo, ma sarà comunque stato utile per la nostra anima. Per gli atei che non credono all’anima, riformulo con un concetto più ampio, alla nostra etica; stiamo parlando di virtù cardinali, valgono per tutti.
Quello che non si può proprio fare, ed è atto contrario sia alla giustizia sia alla prudenza, è alzare le spalle e pensare che tanto la gente ha smesso di morire più del solito, e perciò chi se ne frega. Questo non è semplicemente imprudente: questo è proprio un peccato, o per dirla in termini genericamente etici, un atto che è il contrario della virtù. Cioè un vizio. Una malvagità.

Infine a coloro i quali, se mai stessero leggendo, sono convinti che la mascherina non debba essere indossata per principio in quanto simbolo di schiavitù, financo il segno di cui si parla in Apocalisse 13:16 (il marchio della Bestia senza di cui non si può vendere o comprare), non posso che ricordare un concetto molto semplice, oggi purtroppo dimenticato nelle due opposte ubriacature moderne della tecnolatria (la scienza salva) o della tecnofobia (la scienza uccide).
Qualsiasi oggetto tecnologico è eticamente neutro. Non è in sé né buono né cattivo, lo diventa solo in base all’uso che ne facciamo, per le scelte morali con cui volgiamo la nostra libertà al bene o al male.  Un coltello può uccidere una vita in una strada o salvarla in una sala operatoria. L’energia nucleare può distruggere milioni di persone in una città o miliardi di cellule tumorali in un corpo umano. Una mascherina (un telefonino, un microchip…) può essere usata per la schiavitù e la dittatura, ma può anche non esserlo. Non c’è alcun automatismo. Non c’è alcuna simbologia intrinseca. È solo una cosa [5].
Se io decido di portare una mascherina che può proteggere me dal rischio di contagio altrui o viceversa, questo non mi rende automaticamente né un collaborazionista della dittatura sanitaria, né un adoratore dell’Anticristo o non so cos’altro. Mi rende semplicemente un piccolo essere umano che si sforza di essere giusto o prudente per evitare ulteriori morti. Perché è già morta molta gente, e nel mio piccolo faccio il possibile per non farne morire altra.


[1] Confesso di restare regolarmente perplesso di fronte a quegli annunci funebri, troppo pieni di un pudore che fatico a considerare cristiano, i quali utilizzano perifrasi le più varie e fantasiose per non dire quella parola, sostituendola con sintagmi tragicomici della serie “è scomparso” (cioè non lo trovate più), “ci ha lasciato” (senza salutare), “si è spento” (ma non era un motore), e poi quello che ritengo il peggiore di tutti, “è tornato alla casa del Padre”, che a me viene sempre voglia di chiedere polemicamente: ma tu che accidenti ne sai di come è andato il suo giudizio particolare, eri presente, sei il suo angelo custode? No, e allora non allargarti a giudizi sul dopo che competono ad autorità più alte della tua.
Lascerò disposizioni scritte affinché quel dì fatale chi di dovere esprima semplicemente il fatto puro e senza fronzoli: “è morto”.


[2] A quanto ne capisco, mancano soltanto i morti per aborto, perché non compresi nell’anagrafe di stato civile. Questa però è un’osservazione che non sono riuscito a confermare o smentire, perciò la riporto incidentalmente e col beneficio del dubbio.


[3] Detto proprio senza diplomazia, chiunque stia facendo girare sui social questa immagine

sta condividendo una sciocchezza sesquipedale, perché questi numeri così collegati non hanno alcun significato. La mortalità di una malattia la si misura solo dove quella malattia è arrivata.


[4] Io in realtà ci sono abituato, ma per molti è un vero fastidio. A me invece dà ormai fastidio non allacciare le cinture: per me l’atto è diventato un “abito”, cioè un’abitudine. Questo vuol dire che, soprannaturalmente, non ho più alcun merito attuale dall’atto in sé di allacciarle; ma ho ancora il merito di aver praticato abbastanza la virtù al punto da farla diventare abito. Un atto abito rende più facile praticare altri atti virtuosi, con i quali sviluppare altri abiti, e così via. Naturalmente vale anche il discorso opposto: un atto malvagio rende più facile compiere ulteriori malvagità.

Spesso la morale cristiana è vista come una sorta di contratto, in cui Dio dice: «Se osservi certe regole ti ricompenserò, e se non le osservi ti castigherò». Non credo che questa sia la visione migliore. Direi molto più volentieri che ogni volta che facciamo una scelta trasformiamo la nostra parte centrale, la parte di noi che sceglie, in qualcosa di un po’ diverso da ciò che era prima. Nell’insieme della vita, dunque, con tutte le innumerevoli scelte che compiamo, noi veniamo trasformando lentamente questa parte centrale, lungo tutto l’arco della nostra esistenza, in una creatura celeste o in una creatura infernale: in una creatura in armonia con Dio, con le altre creature e con se stessa, oppure in una che con tutto questo è in stato di guerra e di odio. Essere creature del primo tipo vuol dire il paradiso: gioia, pace, conoscenza, forza. Appartenere all’altro significa demenza, orrore, stolidità, rabbia, impotenza, ed eterna solitudine. Ognuno di noi, in ogni momento, procede verso una condizione o verso l’altra.
Ciò spiega una cosa che un tempo mi sconcertava negli scrittori cristiani, i quali sembrano a tratti di una severità rigorosissima, e a tratti di una larghezza oltremodo liberale. Essi parlano di semplici peccati di pensiero come di fatti di una straordinaria gravità, e poi di spaventevoli uccisioni e perfidie come se fosse sufficiente pentirsene per essere perdonati. Alla fine però ho capito che hanno ragione, perché pensano sempre al segno che l’azione lascia su quel minuscolo io centrale che nessuno vede in questa vita, ma che ognuno di noi dovrà sopportare – o godere – in perpetuo. La situazione di un uomo può essere tale che la sua ira fa scorrere il sangue di migliaia di persone, e tale quella di un altro che per quanto egli si adiri provoca solo il riso. Ma quel piccolo segno sull’anima può essere molto simile in entrambi. Ognuno fa a se stesso qualcosa che, a meno di pentirsene, gli renderà più difficile trattenersi dall’ira la prossima volta che sarà tentato, e renderà peggiore l’ira a cui si abbandonerà. Ognuno dei due, se si rivolge veramente a Dio, può raddrizzare quella piega del suo io interiore; ognuno, se non lo fa, a lungo andare è condannato. La grandezza o piccolezza del fatto, visto dall’esterno, non è ciò che conta realmente.

Clive Staples Lewis, il cristianesimo così com’è

(Lewis era un anglicano, ma ha capito quasi tutto del cristianesimo meglio di molti cattolici)


[5] Esiste a mia scienza solo un caso in cui un oggetto possa diventare “in sé” buono o cattivo: nel caso in cui sia stato benedetto o maledetto. Un olio santo, una casa infestata. Questo implica l’intervento nel mondo materiale di una potenza spirituale, divina o diabolica. Si tratta di un discorso troppo lungo e complesso per i fini del presente post. Qui annoto soltanto la seguente osservazione.
Per il cristianesimo, le cose materiali del mondo (e questo implica anche la natura e i fenomeni naturali, compresi quelli sgradevoli come un terremoto o un uragano o appunto un virus) sono di base neutre, tant’è che la benedizione o maledizione di un oggetto implica un intervento particolare di un essere soprannaturale; ma questo intervento di per sé è l’eccezione, non la regola. L’olio non è santo per natura, diventa santo se e in quanto un sacerdote lo benedice. La concezione del mondo che vede le cose del mondo come intrisecamente e basicamente buone o cattive, abitate “naturalmente” da angeli o demoni, è una concezione magica del mondo, e non è cristiana. Questa concezione aveva forse qualcosa di vero prima della Redenzione, perché il mondo era sotto il dominio degli “spiriti dell’aria” di cui parla San Paolo, ma l’Incarnazione ha cambiato le carte in tavola, perché Cristo ha redento anche la materia quando si è fatto materia ed è risorto come materia.
Dico questo per osservare tristemente che oggi vedo attorno a me una grande abbondanza di cattolici abituati a cercare “segni” ovunque, nelle forme delle nuvole e nelle macchie sulle porte, e così scrutano affannosamente l’intervento diabolico in tutte le cose brutte che accadono nel mondo naturale. Ed ecco dunque che la pandemia è interpretata come l’inizio della Grande Tribolazione, e poi la massoneria, l’Anticristo, 666 decrittati ovunque, insomma tutto l’armamentario di grossolana teologia frammista ad ignoranza ed eccitazione da curva sud. Non è minimamente contemplata la possibilità che la pandemia sia un mero fenomeno naturale, eticamente neutro come tutti i fenomeni naturali, che diventa per noi occasione di catarsi o di peccato nella misura in cui ognuno di noi la fa diventare tale. Non è contemplata la possibilità che sì la massoneria esiste, sì prima o poi l’Apocalisse arriverà… ma il virus non abbia nulla a che fare con tutto questo, sia semplicemente una mera cosa del mondo che esiste in autonomia e opera in autonomia, per i fatti suoi, dentro il labirinto caotico di causa ed effetto di tutte le cose del mondo.
Insomma, triste a dirsi, oggi una non piccola fetta del “mondo cattolico” regredisce rapidamente verso un pensiero “magico”, “pagano” ed oserei dire addirittura “animistico”: fondamentalmente non dissimile da quel medesimo animismo del selvaggio tribale che, se il fulmine colpisce la sua capanna, corre dalla strega a farsi togliere il malocchio, perché il fulmine non può mai essere solo un fulmine ma è certamente l’atto intenzionale di una potenza malvagia. Ma proprio questa regressione antecristiana è un male, è in sè un vero male. Il beato Benedict Daswa non è morto per questo.

7 pensieri su “Morti

  1. Anonimo

    Tu ragioni come se indossare le mascherine, distanziarsi socialmente, mutare il modo di fare scuola, di vivere in generale etc. fossero atti neutri o addirittura positivi (in quanto prudenti).
    Ancora non sappiamo quali saranno le conseguenze di tutto questo “mascherarsi” sulla salute delle persone (so di molte persone che hanno fastidi respiratori notevoli, o mal di testa continui, etc…..oltretutto il tessuto delle mascherine non è un tessuto, si disfa e rilascia particelle che noi respiriamo). Non sappiamo quali saranno le conseguenze di questo periodo sulla psicologia dei bambini, sui rapporti interpersonali in genere etc. Sono tutte valutazioni difficili da fare. D’altra parte mi dai l’impressione di pensare che la morte sia un male così grave che tutto vada fatto pur di evitarla. Potresti dire: se la morte fosse la tua non parleresti così. Probabilmente è vero, ma questo non toglie validità all’argomento…io sono solo un pover’uomo con la paura di morire. Resta il fatto che se questo principio fosse implementato in forma forte, dovremmo fare questa manfrina ogni volta che arriva un’influenza…anche quella un po’ di morti ne fa. Oppure la differenza è solo il numero? Qual è il numero di morti accettabile? Quale la soglia sotto la quale non preoccuparsi? La media dal 2015 al 2019? E i poveretti che sono morti nella media? Non meritavano qualche attenzione “prudente” per essere salvati?
    Comunque, grazie….fa piacere vedere qualche ragionamento concreto in mezzo a tante chiacchiere!
    Poemen

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    1. Ciao Poemen, grazie del commento. I ragionamenti sulla prudenza implicano spesso valutazioni complesse, diversi fattori, un equilibrio di pro e contro da soppesare, proprio perchè tante cose non le sappiamo (se le sapessimo non avremmo bisogno della prudenza). Il modo di fare scuola che stanno implementando adesso mi rende alquanto perplesso, per esempio. Inoltre esiste una soglia di divieti alla socialità che ritengo preferibile non superare, perchè se la si supera, muore più gente per la miseria di quanta non ne sarebbe morta di covid. In quei morti c’è anche chi si è suicidato disperato perchè aveva perso tutto. Una preghiera anche per la loro anima, anzi due, perchè questo tipo di morti spesso è anche negletto dalla stampa.

      Certo anche in tempi normali era buona educazione e virtuosa prudenza, se uno sapeva di avere il raffreddore, non avvicinarsi troppo a persone anziane o malate o visibilmente incinte (almeno a loro insaputa, senza dar loro la possibilità di scegliere se rischiare), proprio perchè non si poteva escludere che quel contatto avesse conseguenze non irrisorie per l’altra persona. Ammetto che io, prima di questa roba della pandemia, tendenzialmente me ne fregavo e me ne strafregavo, perchè non sono mai stato un santo. Adesso che ho focalizzato la cosa, cerco di fare più attenzione e spero di farlo anche in futuro.

      Sono problemi complessi, da non tagliare con l’accetta, in cui non possiamo mai avere la soluzione perfetta ma solo un male minore. Questo porterebbe ad una lunga discussione sul principio del male minore, principio purtroppo molto dimenticato o frainteso oggigiorno, è diventato una specie di lasciapassare per giustificare il male (oppure viene aborrito proprio perchè visto come lasciapassare).

      Posso dire che indossare una mascherina, se fatto nel modo corretto, non comporta alcun danno. Almeno questa è una forma elementare di prudenza che potrebbe adottare anche chi rifiuta tutte le altre. Certo se poi uno si strangola con i lacci, oppure è così sovreccitato da smettere di respirare, oppure compra una schifezza di straccio, allora ha un problema: ma il problema è suo, non dell’oggetto in quanto tale. Quello che critico è l’atteggiamento “eroico” (che poi è un eroismo tarocco da guerriero del divano) di chi rifiuta la mascherina per principio, perchè così fa vedere che si ribella contro la massoneria e la dittatura eccetera. Un atto di ribellione paragonabile al mitologico marito che si evira per punire la moglie. Solo che in questo caso il nostro eroe del cazzo, oltre a rischiare la propria vita, rischia anche la vita altrui.

      Certo non va fatto “tutto” per evitare la morte. Esistono cose che non possono essere fatte, per esempio abiurare Cristo, o uccidere un innocente. La vita terrena è un bene, ma non è il bene assoluto, perchè più importante ancora è la vita eterna. Però, in tutti i casi in cui la preservazione della vita terrena non sia di ostacolo a quella eterna, averne cura è un diritto ed anche un dovere. Altrimenti tanti discorsi contro l’eutanasia non avrebbero più alcun senso,

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  2. poemen

    A scanso di equivoci: hai scelto di concentrarti su un solo punto inequivocabile e lo hai dimostrato (“E’ successo veramente qualcosa di grosso”). Siccome di questo ero già convinto, non sono rimasto particolarmente impressionato.
    Sono più preoccupato del fatto che qualcuno cerchi di approfittare della situazione per scopi poco chiari e per questo cerchi di tenere tutti nella paura. Perché altrimenti parlare dei positivi asintomatici come se fossero malati? Perché dare il numero dei positivi senza rapportarlo al numero dei tamponi?
    Poi sarebbe interessante discutere di come l’emergenza sia stata gestita e di come tante morti si potevano evitare (una persona che conosco ha dovuto mentire per avere un tampone in toscana: aveva la febbre a 39 e gli hanno detto “stia tranquillo a casa” più volte…alla fine ha detto di aver avuto un incontro di lavoro con gente di Codogno (falso)…a quel punto gli hanno fatto il tampone, lo hanno ricoverato d’urgenza e lo hanno salvato).
    Insomma…tu hai dimostrato una cosa vera…ma il vero problema non è quello, secondo me. Mi rendo conto che c’è qualcuno che nega l’esistenza del problema, ma non si può indicare qualche “fuori di testa” per screditare (non che tu lo faccia) chiunque ponga legittime domande come “negazionista” (già la scelta del termine dice la volontà di gettare fango su chi non si allinea).

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    1. Guarda, purtroppo il problema di quello che viene chiamato “negazionismo” (che è una brutta parola e sarebbe meglio non usarla, è una di quelle etichettature fatte col preciso proposito di evocare emozioni, però ammetto di non sapere ora che altra parola usare, forse “minimalismo”?) esiste davvero. Io conosco realmente gente convinta che il covid è una bufala, che se non ne avessero parlato i tg non se ne sarebbe accorto nessuno, che condivide quella statistica assurda (cfr immagine nota 3) per dire che di covid non muore quasi nessuno.

      Sinceramente non ci pensavo neanche a scrivere questo post, dicevo “ma dai non è possibile dover ribadire l’ovvio fino a questo punto”, invece a quanto pare non è ovvio affatto. Del resto Chesterton ci aveva avvertito che sarebbe arrivato un momento in cui “tutto sarà negato e tutto diventerà un credo”. Ogni cosa diventa un dogma cui credere per fede o non credere per incredulità, senza che la ragione e l’esperienza possano dire nulla al riguardo. Sono vecchi discorsi a noi molto noti, ahinoi.

      Poi concordo assolutamente sul fatto che ci sono molti altri problemi, per esempio la strumentalizzazione della pandemia a livello politico (l’abuso di DPCM è uno stupro alla gerarchia delle fonti normative), la gestione a livello economico… un elenco enorme. Quello che però mi lascia proprio attonito è il manicheismo che ho visto attorno a me di chi ragiona “il covid non è un vero problema perchè il vero problema è il governo cattivo”. Come se non potessero esistere più di un problema alla volta. Sono diventato una specie di terzo escluso che si aggira in un campo di battaglia tra guelfi e ghibellini delle opposte narrazioni:
      – la pandemia è terribile ma il governo buono ci sta salvando
      – la pandemia di per sè è poca cosa, è una scusa usata dal governo cattivo per fare cose cattive

      e di conseguenza, per aver espresso la terza posizione “il governo è criticabile ma la pandemia è terribile davvero”, mi sono trovato a spiacere agli uni e agli altri. E va beh.

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      1. poemen

        “…e di conseguenza, per aver espresso la terza posizione “il governo è criticabile ma la pandemia è terribile davvero”, mi sono trovato a spiacere agli uni e agli altri. E va beh.”

        🙂 🙂

        Io sono comunque con te…possiamo anche avere sfumature diverse nell’interpretare la situazione, ma nella sostanza siamo d’accordo. Mi sembra che venga a galla un grosso problema: la maggior parte delle persone non è mentalmente “attrezzata” per ragionare ed anche quelli attrezzati hanno molta difficoltà, perché c’è un grosso problema nel reperire dati affidabili.
        Su cosa sia ragionare non mi dilungo…che sono un lonerganiano lo sai. 🙂

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  3. Complimenti, davvero molto interessante e profondo. Una eccezione, tutto il post è utilissimo per una frangia scomposta che mischia tutto nel calderone di una religione fai da te, che neppure possiamo definire cattolica, o cristiana. Neopagana come dici tu. Credo però che se l’obbiettivo del post è di dare solo numeri nudi e crudi per dimostrare l’esistenza di qualcosa di grosso a chi lo nega, la parte per così dire parenetica è un pochino sbilanciata e soggettiva, parziale e per questo incompleta. Così si rischia di accomodarsi nella curva opposta. Se non studio ed evidenzio le cause delle morti, non posso neppure ridurre le misure di prudenza a quelle stabilite dal CTS. Perché in quella zona? Che cosa non è andato bene? Non sono questioni da niente. Perché se uno muore in macchina perché gli scoppia il motore e l’abitacolo si incendia ben poco c’entrano le cinture di sicurezza, benché sia giusto e prudente metterle. E’ solo un esempio, ma credo sia opportuno utilizzare tanta dovizia di dati e riflessioni a più ampio spettro. Se la massoneria, per esempio, ha in agenda una politica malthusiana (lo possiamo dire vero?) questo potrebbe fare molta differenza. Per esempio per quanto riguarda l’attenzione (cioè la non attenzione) offerta agli anziani in odor di eutanasia, come per i malati terminali e in situazioni critiche e irreversibili, e non solo nei mesi di picco… per passare alle politiche sulla sanità, pubblica o privata non fa differenza, e a tutta la campagna di aborti e sterilizzazioni di massa. Se questa è l’agenda OMS, per dire, un pochino di interesse nella disanima credo che lo debba catturare. E molto altro vorrei dirti, ma purtroppo non ho tempo. Certo, le morti, proprio perché morti-punto, ci interrogano, ma a 360 gradi. La prudenza e la giustizia coinvolgono anche e proprio le scelte da fare di fronte alla possibilità di morire e di far morire, ma sempre, e in ogni circostanza, non solo in relazione al coronavirus. Salvare la pelle non servirebbe a nulla se poi si perdesse l’anima (Cit Gesù), e oggi, oggettivamente, proprio per l’uso strumentale che molti stanno facendo del virus, le tentazioni per perderla sono molteplici, subdole e spesso rivestite di luce. Al pari di chi, senza giustizia e prudenza, nega stoltamente l’esistenza dei virus e dei morti da esso provocati. Grazie, un abbraccio e che Dio ti benedica.

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    1. Salve don Iapicca, grazie per i complimenti. Se anche un solo lettore di quella frangia scomposta potrà da questa lettura diventare un po’ più prudente, allora sarà speso bene il tempo impiegato a preparare le tabelle. Quanto alla parte esortativa sulle virtù… sperando che non sia stata troppo noiosa per chi queste cose già le sa e già la predica… certo che era parziale ed incompleta. Eh, per forza. Servirebbero assai più spazio e dottrina per trattare bene l’argomento. D’altra parte una certa soggettività è ineliminabile nelle questioni di prudenza, perché c’è sempre in gioco un’incertezza, un rischio, e magari la “misura aurea” della prudenza di Tizio è diversa da quella di Caio perché il primo considera cose che il secondo trascura e viceversa.
      Per questo dico, in mezzo a quest’incertezza, aggrappiamoci a poche cose certe: la mortificazione dell’egoismo, per cui se devo soffrire un po’ per la prudenza, soffro e offro a Dio queste sofferenze, anche il fastidio di una mascherina (fastidiosa lo è di certo) può completare nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo; e la carità verso gli altri, perché quando si tratta di contagio il rischio non è mai solo mio ma anche del mio prossimo.

      Non so perché il covid abbia abbia falciato così tante vite proprio in certi posti e non in altri. Non solo non so, ma anche “so di non sapere”, perché non ho né dati né competenze per studiare così a fondo la cosa. Perciò l’ignoranza consapevole; perciò la prudenza. È possibile che la malattia abbia colpito tanto in quella zona e poco in altre per una questione di fattori ambientali (maggiore umidità dell’aria? polveri, pollini?), e forse scopriremo col senno del poi che certe prudenze altrove sono state inutili; benissimo, in tal caso; siamo tutti saggi col senno del poi. Un secolo fa non si sapeva che c’erano quattro gruppi sanguigni, e ogni trasfusione era un azzardo; due secoli fa non si sapeva che le mani sporche di un dottore potevano uccidere una partoriente; chi sa quante variabili ignoriamo ancora! Pertanto, se dobbiamo camminare non si sa se su pietre od uova, nel dubbio camminiamo piano. Se possibile.

      Che la massoneria abbia progetti malthusiani per sfoltire la popolazione mondiale, questo è ben comprensibile a chi studia le cose del mondo col lume della ragione naturale (meglio ancora se affiancata dalla fede). Peraltro, se un sinedrio vuole la nostra morte, a me pare che andando in giro senza riguardo per i rischi miei ed altrui sia esattamente fargli un favore, mentre ridurre i rischi di contagio per me e per altri, specie se vecchi e malati (cioè le categorie che il mondo tanatolatrico vuole stendere), sia esattamente mettergli un ostacolo. Se poi la massoneria mi dice di indossare la mascherina, io penso con la mia testa e giudico bene in sé indossarla, a prescindere da chi me l’abbia detto: «ogni verità da chiunque detta proviene dallo Spirito Santo.»
      Che poi la massoneria sia strumentalizzando per i suoi fini la pandemia, questo è altamente probabile, ma ciò non vuol dire necessariamente che la pandemia sia una cosa minimale ed esagerata dalla massoneria per i suoi scopi. Io sono sinceramente attonito di fronte a questa strana matematica di troppi cattolici, “guardate che c’è stata una pandemia e forse c’è ancora” “no, è un’esagerazione della massoneria”, come se una legge della natura dicesse che non possono esistere più di un grave male alla volta, come se fosse illogica la coesistenza simultanea di una malvagia massoneria e di una mortale pandemia come variabili distinte indipendenti. Il mio sospetto è che alla base di questo dualismo ci sia una mentalità apocalittica per cui, siccome il nemico non può essere “un” male bensì “il” Male, allora qualsiasi altro male o non esiste o è una sua macchinazione. Altrimenti non sarebbe uno scenario da scontro finale.

      Don Iapicca, voi siete ascoltato e rispettato: per favore, spiegate alle persone che le cose possono essere più complicate di così; spiegate che la massoneria può dire anche cose vere per suo tornaconto, ma questo non le rende meno vere, perché la verità è oggettiva; se avete mai fatto un esorcismo, saprete benissimo per esperienza diretta che il diavolo non è mai così pericoloso come quando dice la verità. Eppure una verità non è meno vera perfino se la confessa il diavolo. Perché la verità è Cristo.

      Vi ringrazio per questo intervento, e che Dio vi protegga e vi aiuti a salvare quante più anime possibile.

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