Il nome delle cose

Veritas est adæquatio intellectus et rei

Uno dei miei più grandi difetti è rimandare alcune delle cose che dovrei fare a un domani sempre posticipato. Per esempio, ho dilazionato per anni il proposito di scrivere una lettera a Umberto Eco per dirgli che lo avevo scoperto, che avevo capito il significato di “Il nome della rosa”, il titolo del suo libro più famoso. Poi un dì leggo sul giornale che Umberto Eco è morto, e sbuffo. Mi ha fregato.
Rimesso il proposito nel dimenticatoio, constatando che pochi giorni fa erano tre anni dalla morte dell’autore, e apprendendo che a marzo la Rai trasmetterà una serie adattamento del romanzo, realizzo ora quel vecchio intendimento e spiego qui la mia intuizione (con spoiler).

Cosa volesse veramente dire Eco chiamando il libro Il nome della rosa è un grande punto interrogativo. Non solo non si sa con precisione, ma non si può sapere perché proprio quello è il senso, che non possiamo sapere.
L’autore non aiuta. Il libro si chiude con Adso divenuto vecchio, che aspetta la morte sprofondato in una cupio dissolvi nichilista, e cita un distico medievale: “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”. Nelle Postille al nome della Rosa Eco aggiunge, immagino con fare sornione, che l’autore non deve interpretare e il titolo deve confondere e che comunque “nulla consola maggiormente un autore di un romanzo che lo scoprire letture a cui egli non pensava, e che i lettori gli suggeriscono”. Coerente con la sua visione nominalista, per cui non ci può essere la “vera” interpretazione di un libro, neppure quella di chi l’ha scritto, ma solo letture più o meno eleganti, perché un romanzo è “una macchina per generare interpretazioni.

In tal caso, e per così dire ad maiorem Umberti consolationem, ecco la mia interpretazione.

Oltre al distico finale c’è un solo punto nel libro in cui si parla del nome e del concetto di nome, ed ha a che fare con l’unico personaggio femminile del libro, la povera meretrice con cui Adso copula in sala mensa e che si convince di amare. In realtà l’inesperto novizio non è davvero innamorato (perché si ama ciò che si conosce e lui la ragazza non la conosce, se non biblicamente), ma questo non può saperlo, avendo poca esperienza di vita e nessuna d’amore.
Quando portano via la sventurata, accusata di essere una strega, Adso si rifugia nella sua cella a piangere e si lamenta perché “non mi era neppure concesso – come avevo letto nei romanzi cavallereschi coi miei compagni a Melk – di lamentarmi invocando il nome dell’amata. Dell’unico amore terreno della mia vita non sapevo, e non seppi mai, il nome”.
Nella breve descrizione che apre l’inizio di ogni capitolo sintetizzandone il contenuto, si dice semplicemente che qui Adso “scopre il potere dei nomi propri”.

Il nome della rosa.
Il nome della Rosa.

Ecco, secondo la mia intuizione, il nome sconosciuto della ragazza è proprio quello: Rosa. Il titolo dunque è tautologico, perché il nome della Rosa è proprio “Rosa”, come si potrebbe dire (premettendo l’articolo davanti al nome, al modo settentrionale, come fa Eco che è piemontese) che il nome dell’Umberto è Umberto.
Beffa sublime. Quel che Adso non sa e non saprà mai, Eco ce lo dice proprio nel titolo, ma camuffato in modo da non farlo sapere neanche a noi.
Ora, sinceramente io non mi sono preso la briga di fare ricerche onomastiche per stabilire se Rosa fosse un nome già esistente e popolarmente usato nel XIII secolo, e se fosse già presente l’uso di premettere l’articolo al nome, insomma sono privo di qualunque elemento storico-linguistico a supporto della mia ipotesi. Esiste la possibilità che arrivi un qualche dotto a spiegarmi che essa è impossibile per conclamato anacronismo. Tuttavia, il libro di Eco è pieno di voluti anacronismi, perciò anche questo potrebbe far parte del gioco dell’autore.
In un capitolo successivo del libro, Adso per distrarsi dalla sua illusione d’amore accompagna un monaco a cercare tartufi nella foresta, ma non riesce in alcun modo a dimenticare la ragazza perché “tutto” gli parla di lei, egli la vede rispecchiata in ogni dettaglio della creazione (con il solito profluvio di citazioni letterali), simbolicamente la ragazza “è” il mondo. Questo mi porta a leggere nel romanzo la seguente proporzione allegorica:

Adso: chi cerca la verità =
ragazza : mondo =
nome : verità =
Eco : Dio

Il nome della ragazza rappresenta quello che per Eco è la verità: una beffa. Non si può dire che non esista, sarebbe una forma di relativismo troppo grezza, troppo facilmente smontabile, indegna di un intelletto raffinato. La verità deve pur esistere “da qualche parte”, proprio come quella ragazza deve pur averlo un qualche nome, ma il fatto è che resta sempre fuori dalla nostra portata. Il creatore è un burlone crudele, Eco sa il nome della ragazza ma non può o non vuole dirlo ad Adso (il personaggio di un romanzo non conosce il titolo del romanzo stesso, a meno di non entrare in certe vertiginose metanarrazioni stile Borges, semplicemente perché non sa di essere romanzesco), e lo nasconde anche a noi lettori pur mettendocelo sotto gli occhi fin dall’inizio.
Dio ci prende in giro, insomma, e il meglio che possiamo fare è ridere anche noi. La beffa del nome della rosa è la silloge alle discussioni teologiche sulla liceità del riso tra Guglielmo da Baskerville e Jorge da Burgos, che si concludono con l’affermazione dell’investigatore che “noi dobbiamo imparare a ridere dei nostri fantasmi”, cioè delle verità che crediamo di conoscere.

Questa è una linea di pensiero che in superficie sembra molto buffa, ma in realtà è estremamente pessimista. Soprattutto vorrei sottolineare che questo nichilismo spernacchiante, nonostante sia proferito da personaggi presentati come la quintessenza dell’intelligenza, in realtà è un pensiero che dogmatizza l’inutilità dell’intelletto. È un pensiero da stupidi, per stupidi, che istupidisce.
Ricordo ancora una divertentissima intervista a Gianni Vattimo dove egli, il vate del pensiero debole, rimproverava a Eco di “ridurre il mondo a ironia, a calembour. A questo punto meglio monsignor Caffarra, che almeno crede nell’ esistenza di una realtà, di una causa. Io per la causa non ho esitato a sacrificare un occhio della testa”. Infatti Eco era solito presentarsi come una persona solare ed allegra, ma negli ultimi anni (più o meno quando passò dalla barba ai baffi, che ci sia un nesso?) divenne sempre più cupo, così come i suoi romanzi diventavano sempre meno ben scritti. Sembrava non aver più tanta voglia di ridere.

Anche le beffe più buffe alla fine stancano.

Ho molto apprezzato alcuni libri di Eco (il migliore resta il pendolo di Focault, efficace antidoto contro la gnosi), ma lo ritengo in coscienza assai sopravvalutato come pensatore. Un intelligente che insegnava a diventare stupidi. Che spreco di neuroni. Che delusione per San Tommaso da parte di questo suo ex discepolo.
Meglio il cristianesimo, meglio la religione del Logos. La teologia cattolica e la filosofia tomista sono più razionali del pensiero debole, ci insegnano a tenere in maggior stima l’intelligenza umana. Noi possiamo conoscere davvero il nome delle cose.

7 pensieri su “Il nome delle cose

  1. Interessante.
    Concordo con la conclusione finale riguardo al Logos.
    Mi permetto però di suggerire anche un’altra chiave di lettura, cioè quella “iniziatico-esoterica”.
    In fondo i vari “livelli di lettura”, o “gradi”, sono direttamente proporzionali al grado di “conoscenza” del lettore. Chi arriva all’ultimo “grado” conoscerà probabilmente il nome della “rosa”.
    La rosa direi, più che altro, è il “segno” che ci conduce al “nome” della “cosa”…

    P.S. Ho scritto “cosa” volutamente, non è un errore…

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    1. È possibile, ma Eco ha sempre mostrato pubblicamente ostilità verso la gnosi e l’esoterismo… e infatti ha scritto il Pendolo di Focault… o ci ha preso proprio in giro, o il suo era un nichilismo diverso.
      La differenza tra questi due tipi diversi di nichilismo è: la conoscenza certa del vero è impossibile (relativismo) oppure è possibile per pochi eletti in virtù di segreti esoterici (gnosticismo).

      (chiedersi quale sia il peggiore è come mettere a confronto due tipi di cancro: brutti entrambi!)

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  2. Be’, sull’uso del nome proprio “Rosa” si può fare una verifica molto semplice e veloce (infatti l’ho fatta). Esiste una Santa Rosa medievale? Sì, Santa Rosa patrona di Viterbo, nata nel 1233.
    Può sempre trattarsi di un soprannome entrato nell’uso ma, a maggior ragione, questo conferma che tale ‘onomatopoiesi’ poteva verificarsi nell’epoca presa in esame.

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